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sabato 12 agosto 2017

Non ti faccio niente - Paola Barbato - Piemme Edizioni

Recensione:
 “Non ti faccio niente” di Paola Barbato
Edito da Piemme Edizioni

A cura di Giulia De Nuccio


Non sono mai stata un’amante del macabro o dell’horror, nonostante io abbia letto molti libri che si avvicinavano a questo genere.
Ad ogni modo credo che ci sia qualcosa di attraente nei confronti dell’oscuro, tutti siamo portati ad entrare dentro le nostre paure più profonde anche se non lo vogliamo ammettere, se non altro per un senso di curiosità. Quante volte siamo stati assaliti da flash di immagini raccapriccianti dove magari abbiamo visto persone care morte o fatto sogni così realistici da spaventarci?

Le paure fanno parte di noi, sono dentro ogni essere vivente e si impara a conviverci nel momento in cui ci si rende conto di averle; alcune di esse si affievoliscono con l’età matura, altre maturano insieme a noi e ci accompagnano per il resto della nostra vita.

Quando sono andata a sentire Paola Barbato presso un evento organizzato dal “Fondo Sclavi” in occasione dell’uscita del suo libro “Non ti faccio niente” edito da Piemme Edizioni, non sapevo cosa aspettarmi esattamente, visto che avevo conosciuto Paola come sceneggiatrice di fumetti e non avevo ancora letto nulla di suo del mondo narrativo.
Poi l'ho sentita parlare, ho osservato i suoi gesti e messo a fuoco alcune caratteristiche del suo linguaggio. Quando ho letto “Non ti faccio niente” ho ritrovato qualcosa di lei e della sua professione di ideatrice di storie; Paola ci fa immergere in un mondo macabro pieno di insidie e nelle paure di un genitore, soprattutto quella di perdere un figlio o di non farlo crescere felice.

La storia è ambientata in due periodi storici dello scorso secolo, differenti e difficili per vari motivi. Si comincia negli anni ottanta quando un uomo all'apparenza buono e gentile rapisce dei bambini piccoli in tutta italia; li riporta alle loro case dopo alcune ore oppure giorni, indenni, puliti, ordinati e contenti. Sono tutti figli di genitori assenti, distratti o disgraziati. Ad ogni rapimento viene ritrovata una paperella gialla, piccola e divertente come una firma, un segno distintivo.
Dopo aver vissuto l’esperienza del distacco molti dei padri e delle madri dei bambini rapiti cominciano a cambiare atteggiamento nei loro confronti, sono più attenti e amorevoli.
Vincenzo, il rapitore buono, è convinto di fare del bene e di aiutare queste famiglie, vuole garantire così un futuro migliore ai ragazzini che altrimenti sarebbero stati probabilmente infelici tutta la vita.

Poi il racconto passa agli anni duemila dove i bambini sono cresciuti e alcuni divenuti genitori a loro volta. Un'ombra legata alla loro infanzia però sembra ricomparire, i rapimenti tornano, ma tuttavia qualcosa cambia perché questa volta i loro figli non hanno scampo, vengono uccisi, narcotizzati e abbandonati morti senza alcuna pietà. 
Al loro posto viene lasciata una paperella sul luogo del delitto, proprio come faceva il “rapitore buono”, così tutti si domandano se sia la stessa persona, se davvero quell’uomo biondo e magro, come lo descrivevano i rapiti, sia tornato uccidendo e vendicandosi per qualche motivo...

La scrittura di Paola tiene incollato il lettore alla pagina, anche quando si dilunga un po’ in realtà non si vede l’ora di arrivare alla conclusione per sapere cosa davvero succederà. I personaggi sono discretamente numerosi, ma molto ben gestiti, elemento non facile e da non sottovalutare.
Per tre quarti del libro tutto si compone piano piano come un puzzle, alla fine di ogni pagina una piccola frase anticipa cosa succederà nelle successive senza svelarne l’intero contenuto, insomma una struttura precisa e ragionata.  Una cosa che mi ha colpito molto è che la polizia ha un ruolo leggermente marginale nel libro, sono i cosiddetti civili che tentano di intervenire e risolvere la situazione. La polizia è di contorno e, pur arrivando alle conclusioni degli “investigatori improvvisati”,  interviene solo alla fine. E’ come se il messaggio fosse: “è la società che deve mutare totalmente, si deve mobilitare, altrimenti nulla potrà cambiare davvero”.

Tuttavia la narrazione si perde nelle ultime pagine dove Paola racconta ogni rapimento dal punto di vista dell’assassino, precisazioni e ricordi a mio parare superflui, poiché il lettore aveva già la situazione chiara.
Inoltre nel finale io ho intravisto tre situazioni differenti, una con la fine dell’incubo e la risoluzione del caso, una dove i protagonisti vivono un bel momento ed un’altra che sembra lasciata in sospeso ad interpretazione del lettore. In questo caso però a me è piaciuto molto quella che io definisco la prima situazione, quando riecheggia uno sparo nell'aria...
Vorrei aggiungere un'ultima nota, copertina e titolo sono veramente ben ideati, semplici ed efficaci.

Per finire come ho sentito in un’intervista doppia fatta a Paola e suo marito Matteo in cui si diceva: “Paola è brava ad inventare storie che sembrano reali”. Sono d’accordo e credo che leggerò altre sue storie.

Vi lascio una piccola intervista che mi sono permessa di fare a Paola, che è stata davvero molto carina e gentile.


Domanda nr. 1:
Lo scrittore quando decide di realizzare una storia mette sempre qualcosa di se e volente o nolente deve entrare all’interno delle parole che realizza nero su bianco. “Non ti faccio niente” è un progetto ragionato e preciso. E’ stato difficile entrare in un mondo così realisticamente pauroso?
Non ci sono effettivamente entrata perché non separo in maniera così netta il mio immaginario dalla mia vita reale. Nel romanzo ci sono moltissime paure che mi appartengono, ricordi, proiezioni, rivisitazioni di esperienze dirette. Vivo in una sorta di eterno brodo primordiale in cui tutto è mescolato e si compenetra.

Domanda nr. 2:
Come vedrai dalla mia recensione,  ho notato (sempre a parer mio)“vari” finali, l’ultimo in particolare mi ha colpito, l’ultima frase ovvero: “...usciva dal suo nascondiglio e si sistemava in una posizione favorevole...Avrebbe aspettato che la cerimonia si concludesse. Fosse solo per cortesia”
Posso chiederti se hai volutamente lasciato un pochino in sospeso questo periodo e se prelude ad un seguito di “Non ti faccio niente”?
Non prelude a nulla perché per me ogni romanzo chiude il proprio circolo vitale con l’ultima pagina, non intendo mai proseguire le storie concluse e nemmeno riutilizzare i personaggi, per quanto mi venga insistentemente chiesto. In questo caso specifico ho voluto lasciare a ogni singolo lettore la possibilità di decidere una conclusione definitiva. Solo qualche giorno fa mi ha scritto una ragazza dicendo: “Io voglio che vada tutto bene, che lei cambi idea e che vivano tutti felici e contenti.”, e così è, per quel che la riguarda.

Domanda nr. 3:
In molti ti chiedono dei tuoi progetti futuri nel mondo fumetto, (che apprezzo veramente tanto) io vorrei chiederti se ci sono altri romanzi in programma e se saranno sempre dei thriller o ti cimenterai in qualcosa di diverso.
Scrivo, sto scrivendo, non smetto mai di scrivere. In questo momento sto pubblicando in progress un romanzo su Wattpad e devo proporne un altro alla mia attuale casa editrice. Vada come vada per certo scriverò ancora e mi farò leggere ancora. I miei temi sono quelli, la tensione, lo studio dell’umanità, la reazione dell’essere umano in circostanze eccezionali, la paura e le mille maniere di affrontarla. Sono cose che mi incuriosiscono e di cui non sono mai sazia. Per questo ne scrivo.

Grazie ancora per l’opportunità.

Che dire ancora?

Un saluto “barbatoso” a tutti!

La vostra blogger,


Giulia

lunedì 7 agosto 2017

"L'altra faccia della luna" Bersan&Bassani Edizioni Il Ciliego

L’altra faccia della luna 
di Marica Bersan e Srimalie Bassani
Edizioni il Ciliegio
 A cura di Giulia De Nuccio

Quando cresciamo e diventiamo adulti abbandoniamo il bambino o la bambina che siamo stati, vediamo il mondo con occhi critici, diffidenti e spesso disillusi.
Oggi mi è capitato un episodio molto carino, il mio nipotino di soli dodici mesi, ha sentito il latrato del cane del vicino di casa e si è spaventato molto; stava gattonando e all'improvviso ha accelerato e si è messo a piangere. Si è girato e ha trovato me, ha allungato la manina chiedendomi aiuto e si è abbandonato sulla mia spalla sinistra.  E’ stato un gesto istintivo e di grande fiducia nei miei confronti, ho pensato che in fondo non dovremmo mai dimenticare la nostra parte bambina, perché è quella più pura e sincera.

A questo proposito vorrei parlarvi di un libro spensierato e profondo allo stesso tempo “L’altra faccia della luna” pubblicato da “Edizioni il ciliegio”delle promettenti autrici Marica Bersan e Srimalie Bassani.

Il protagonista è un piccolo gufetto di nome Pof, vive in un bosco con la sua famiglia e suo nonno nonché grande amico e compagno d’avventura.
Pof ha un grande desiderio, riuscire a vedere l’altra faccia della luna. Attraverso l’aiuto del nonno riuscirà a capire cosa vuol dire andare al di là della luna e scoprirà di essere in grado di volare e diventerà grande. Il finale è per alcuni malinconico, per altri invece una naturale conclusione di un ciclo. Non voglio svelare di più perché credo che questa lettura debba essere gustata piano piano e con qualche sorpresa.

Tuttavia, in generale, è davvero difficile realizzare una storia per bambini, poiché a parer mio è un mondo molto particolare. Le storie devono essere dirette e semplici allo stesso tempo e se illustrate devono accompagnare il testo. In questo libro in particolare in alcuni punti ho riscontrato delle discordanze ed è un peccato, perché ritengo che abbia davvero un grosso potenziale. Bisognerebbe chiedere aiuto proprio ai più piccoli e guardare con i loro occhi.

Sono contenta di essermi imbattuta in questo libro e ringrazio la casa editrice per avermelo inviato, perché penso che sia un testo ad ogni modo di valore.

Ho trovato le illustrazioni romantiche e opportunamente grandi senza nascondere un testo semplice e diretto. I colori sono tenui, ma ben distinti sui toni dell’azzurro.

Credo che questo libro possa essere utile a tutti, rappresenta molto bene il ciclo della vita di ogni essere vivente e sottopone anche l’importanza degli insegnamenti dei più anziani e saggi ai più giovani.

Vorrei leggere ancora altri libri di questo genere e magari un giorno leggerò qualcosa di Marica e Srimalie al mio tenero nipotino.

Grazie ancora per l’opportunità di crescita artistica che mi è stata data da tutti voi!

Un saluto “bambinoso” a tutti!
La vostra blogger,
Giulia


mercoledì 12 luglio 2017

"Febbre da matrimonio" con Simple e Madama di Lorenza di Sepio


Recensione:“Febbre da Matrimonio” di Lorenza Di Sepio
Edizione Magicpress

A cura di Giulia De Nuccio


Sono passati tanti anni da quel 17 luglio 1998, giorno in cui l’autrice di Parole in Scatola (ovvero io) si è diplomata assaporando la libertà di una scuola che non l’aveva mai veramente accolta. Per questo motivo  non ho mai desiderato partecipare ad una reunion di classe o di ex colleghi, in fondo ciò che è passato è andato via.

Tuttavia se avessi davvero deciso di andare ad una riunione di classe cosa mi sarebbe successo? A quali domande mi sarei dovuta sottoporre? Avrei mentito o avrei detto la verità?
Forse avrei adottato la simpatia di Simple e Madama  nel fumetto di Lorenza Di Sepio “Febbre da Matrimonio”.

Seguo Lorenza da almeno tre anni, come ho già detto molte volte ha avuto l’onore di essere la prima autrice di novelle grafiche ad attirare la mia attenzione, quindi sono molto affezionata alle sue storie. Simple e Madama sono i suoi personaggi e rappresentano un po’ tutti noi, oserei dire che sono i protagonisti nazional popolari del mondo del fumetto.

Proprio loro, gli eterni fidanzati, si ritrovano ad accettare l’invito di una rimpatriata di classe e a chiacchierare amabilmente con i loro vecchi compagni di classe. Tuttavia subiscono le classiche domande da chi è cresciuto in una società fatta di step obbligatori, ovvero studiare, fidanzarsi, sposarsi e avere dei figli. Così parlano del loro matrimonio, di quello che hanno vissuto, di ciò che desideravano e non si è avverato.
Simple e Madama gestiscono la situazione in modo esemplare, raccontando la loro storia condita di ironia e simpatia.
Non vi svelo di più, la storia ha un finale a sorpresa magistralmente creato che la rende ancora più interessante. Vi consiglio inoltre di notare le numerose citazioni che l’autrice ha voluto nascondere all’interno della storia, fateci molta attenzione e non mancheranno i sorrisi.

Lorenza con questo fumetto conferma la sua naturale ironia e maestria nel confezionare racconti in cui tutti si possono immedesimare. Questa volta però trovo che il lavoro dell’autrice sia più maturo e consapevole soprattutto per lo sviluppo e la struttura della narrazione. Non ci troviamo più in sketch di vita quotidiana, ma all’interno di una storia curata e con un filo conduttore ben preciso.
In questo fumetto trionfa l’amore in generale, si può evincere che non serve seguire il classico iter sociale per essere davvero felici e se stessi anche se a volte ci sentiamo in dovere di mascherare questo sentimento per non apparire diversi.

Che dire ancora? Grazie Lorenza per avermi fatto ridere e riflettere allo stesso tempo. Chissà cosa si inventeranno ancora Simple e Madama... Sono proprio curiosa!

Un saluto “matrimonioso” a tutti!

La vostra blogger,

Giulia De Nuccio




lunedì 19 giugno 2017

Recensione "I cento ritratti" di Francesco Montori



Recensione “I cento ritratti” 
di Francesco Montori
A cura di Giulia De Nuccio


Quanti di noi non hanno mai sognato di essere qualcun altro? Oppure hanno desiderato di essere nei panni di qualcun altro o di qualcos'altro per percorrere una strada più semplice. Mi viene in mente una frase tipica di chi soffre per le difficoltà della vita: “Vorrei un giorno rinascere gatto, così posso pensare solo a mangiare, dormire e giocare!”. 

Ogni giorno indossiamo maschere diverse, quella del lavoratore speciale, del genitore, oppure della persona con senso civico; cerchiamo sempre di avere un “ritratto” personale che ci rappresenti. Vediamo il mondo sotto punti di vista differenti a seconda del luogo dove viviamo, di chi siamo e con chi ci rapportiamo; sono le sfaccettature della vita che ci portano ad essere sempre persone diverse.



Con grande entusiasmo ho deciso di leggere “I cento ritratti” (auto-pubblicazione) di Francesco Montori che la Nativi digitali edizioni mi ha gentilmente inviato. 
Francesco è un autore bolognese che spazia dalla recitazione alla scrittura. Questo è il suo primo libro e ha deciso di farlo proprio come se fosse una piccola sceneggiatura teatrale. Quando l’ho letto ho immaginato le varie situazioni e ho pensato proprio al palco di un teatro, luogo che conosco abbastanza bene e mi è caro...

Si tratta di un libro composto da cento racconti tutti diversi fra loro, nella trama, nei protagonisti e nel tempo. La particolarità è che cambia spesso anche lo stile di scrittura, nonostante l’autore sia sempre il medesimo. Ci sono storie dove il protagonista è uno zaino, un cinghiale, un bambino, un adolescente scapestrato, una donna, un uomo;  insomma sono racconti scritti da svariati punti di vista, la linea sottile che li unisce però è sempre una particolare atmosfera tragico-comica che non si spezza mai.
Ci troviamo di fronte ad un piccolo spazio dove la realtà si fonde con la fantasia, dove i cinghiali riflettono sulla parola “fiancata”, poi si torna alla realtà con un universitario orgoglioso che non vuole prendere 18... Insomma è un mondo “onirico” dove tutti hanno il loro momento di vita senza alcuna distinzione di genere.

Come prima esperienza di scrittura è sicuramente interessante. Mi ricorda il famoso libro che viene utilizzato dall’attore in erba per fare i primi passi nel campo teatrale, ovvero “Esercizi di stile”di Raymond Queneau (in questo testo si racconta la stessa scena ambientata su un autobus in novantanove modi diversi).
I cento ritratti” è una sorta di esercizio di stile, dove i personaggi però sono diversi fra loro senza nessun collegamento se non le situazioni tragico-comiche in cui spesso si ritrovano.  A mio parere sarebbe stato meglio ridurre la quantità di racconti e trovare un filo conduttore più preciso tra le varie storie.

Che dire ancora?  La fantasia non deve mai essere sottovalutata, a volte potrebbe superare la realtà.

Un saluto “fantasioso” a tutti.

La vostra blogger,

Giulia


venerdì 28 aprile 2017

Recensione "La Notte dei desideri" di Federico Toninelli edito da "Nativi Digitali Edizioni"

Recensione “La notte dei desideri” di Federico Toninelli
Edito da “Nativi Digitali Edizioni”
A cura di Giulia De Nuccio


Quante notti sotto un cielo stellato siamo stati con il naso all'insù nella speranza di vedere una piccola scia di una stella cadente e abbiamo espresso un desiderio nella speranza di vedere il mondo meno nero?

Se ci fosse un contenitore per i desideri di tutti sarebbe forse l’apocalisse, un mondo fatto di libero arbitrio puro senza alcuna regola sociale, ma forse risulterebbe anche senza gabbie e vicoli dentro i quali spesso le nostre vite si infilano.

Tuttavia se per una sola notte, per un unico momento il nostro desiderio più grande venisse esaudito?  Se acquisissimo il potere più ambito da noi per poter vivere la nostra vita ideale cosa succederebbe?


E’ il quesito che si pone l’autore Federico Toninelli, fautore del libro “La notte dei desideri” . Quattro ragazzi, Alex, Rebecca, Conte e Dante si trovano travolti da questa notte, in cui la loro terra sembra catapultata in un mondo nuovo. Alex di professione fa il pompiere, dopo esser rimasto paralizzato a causa di un incidente sul lavoro riacquista l’uso delle gambe; Dante ha un potere molto pericoloso; Conte diventa talmente empatico con le persone che non solo riesce a carpirne i “poteri” acquisiti ma anche a farli suoi, sarà proprio così che trasferirà a Rebecca un dono speciale; la ragazza ha un unico grande desiderio ovvero riabbracciare Tom, pompiere anche lui e morto proprio durante un servizio svolto insieme ad Alex.

Insomma in questo libro non manca la fantasia e la narrazione a strati. I personaggi vengono presentati come fili della trama di un tessuto, intrecciati all'interno del romanzo. Questo aspetto a mio parere è molto interessante, non ho mai amato le descrizioni dettagliate e spesso didascaliche dei vari protagonisti, è così bello scoprirli piano piano leggendo!

Il libro è leggero e frizzante ma allo stesso tempo cupo e in alcuni momenti anche (detto “volgarmente”) "splatter". Non ci sono grandissimi colpi di scena, non è un libro di pura azione, tuttavia fa riflettere e ci fa capire che l’uomo lasciato troppo libero, senza alcuna regola, non è sempre in grado di gestirsi; spesso prevale l’egoismo, il proprio desiderio, senza tenere conto dell’altro. Non tutti i personaggi sono negativi, alcuni di loro nonostante “La Notte dei desideri” li abbia aiutati non utilizzeranno questo privilegio esclusivamente a loro favore.

Il libro presenta anche dei piccoli punti in cui la narrazione si interrompe con descrizioni ambientali troppo lunghe, alcuni errori sfuggiti all’editing, ma che ad ogni modo non intaccano la discreta riuscita del racconto. Una nota un pochino dolente a parer mio è la conclusione del libro, l’autore infatti ha scelto un doppio finale, una soluzione che risulta rischiosa; la “seconda” fine è stata lasciata troppo in sospeso e risulta criptica.

Ad ogni modo Federico è stato così gentile da farsi intervistare, qui di seguito la mia intervista all’autore.


Domanda nr. 1:

Ciao Federico! Grazie per aver accettato il mio invito ad una breve intervista. Parlami un pochino di te... Cosa fai nella vita? Come sei arrivato a voler scrivere un libro?
Federico:
Grazie a te! All'epoca studiavo Astronomia, ma sono sempre stato incostante nello studio e perdendomi spesso a sognare ad occhi aperti ad un certo punto ho deciso di appuntarmi le idee che mi piacevano di più... E a furia di appuntarle, venivano fuori storie più o meno belle che mi divertivo a sviluppare. Lo facevo solo per me, nessuno le leggeva e nemmeno immaginavo sarebbero mai interessate a qualcuno.
Quando mi venne quest'idea sulla Notte, prese corpo da sola tra trame e personaggi: alla fine era troppo grande per tenerla nella testa e costruì lo scheletro della storia come fosse una sceneggiatura, decidendo di svilupparla come libro solo dietro consiglio di un'amica 

Domanda nr. 2:

Gli scrittori in generale sono degli ottimi osservatori e hanno il potere di far morire o vivere i personaggi a loro piacimento, soprattutto se sono ispirati a persone realmente esistite che non stanno loro propriamente simpatiche o che hanno fatto loro dei torti. E' successo anche nel tuo libro "La notte dei desideri"?
Federico:

Chiaramente ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale. Se così non fosse, si potrebbe pensare che i personaggi peggiori siano ispirati a persone che ho avuto il dispiacere di incontrare.
Sarebbe buffo, eh? Quasi realistico.
Quel che posso dire, senza che il mio avvocato immaginario mi faccia segno di no con la testa, è che molti commenti sull'improbabilità di comportamenti tanto antisociali siano sempre riferiti a fatti realmente accaduti (ma puramente casuali, ricordiamolo).

Domanda nr. 3:

La notte dei desideri, a mio parere,  è anche molto metaforico, l'uomo non è in grado di gestire il libero arbitrio e poteri immensi. Come diceva una famosa frase
"un grande potere comporta una grande responsabilità". Cosa ne pensi?
Federico:

Bisognerebbe prima decidere se esista o meno, il libero arbitrio.
Ad una prima lettura i desideri sembrano prendere il sopravvento sulla realtà dimostrando l'incapacità umana di gestire perfino la propria volontà, ma è anche vero che molti "poteri" sembrano nati da desideri improbabili, se non impossibili.
Perció, c'è davvero una responsabilità o è il nostro ego umano che ci fa credere l'ombelico del mondo anche davanti ai fatti più assurdi?

Domanda nr. 4

Farai un seguito del libro "La notte dei desideri"? Hai altri progetti in cantiere?
Federico:

Difficilmente la storia avrà un seguito, almeno per quanto riguarda la pubblicazione. Purtroppo ha molti difetti dettati dalla mia inesperienza e i pochi pregi che ci sono a livello di trama sono stati ben nascosti perchè fulcro narrativo dei libri successivi. Non è detto che un giorno decida nuovamente di mettere tutto nero su bianco, ma è più facile che un'altra storia mi distragga e decida di ricominciare da zero con una nuova idea. Non mi dispiacerebbe ambientarla nell'universo dell'inferno dantesco. Resta il fatto che continuo ad appuntarmi idee e a scrivere, solo per me o pochi altri.

Domanda nr. 5:

I desideri dei tuoi personaggi sono stati molto importanti, anche se alcuni discutibili. Quale sarebbe il tuo desiderio in una notte come quella del tuo libro?
Federico:
 Essendo "desideri" inconsci, probabilmente mi ritroverei a lavorare come sceneggiatore per un film di Wes Anderson. E non potrei desiderare nulla di meglio.
Grazie ancora per la fiducia dei miei lettori, degli autori e di Nativi Digitali Edizioni che mi dona molte opportunità di scrittura. 
Un saluto "desiderato" a tutti.
La vostra blogger,
Giulia








lunedì 17 aprile 2017

Nessuno come noi...Luca Bianchini-Mondadori

“Nessuno come noi” di Luca Bianchini
Edito da Mondadori

A cura di Giulia De Nuccio

Si pensa sempre che nessuno possa mai essere uguale all’altro, ognuno di noi ha le sue peculiarità e spesso ne è fiero, altre volte invece se ne vergogna.
Spesso vorremmo essere diversi perché ciò che siamo non ci soddisfa mai e non ci rendiamo conto che la perfezione non esiste. Che luogo sarebbe un mondo senza errori e senza esperienza? Mi verrebbe da dire finto...
Tutti noi ci ricordiamo di quando un tempo eravamo dei giovani adolescenti brufolosi, e ci rendiamo conto che alla fine non è cambiato nulla. Ci sentivamo invicibili, ma questa sicurezza poteva crollare da un momento all’altro come un vaso di cristallo, bellissimo alla vista, ma con un anima delicata all’interno. Desideravamo essere omologati, adatti al gruppo, accettati,  non volevamo essere diversi in fondo, ma non capivamo che sono proprio le “differenze” a renderci unici...

Nel mio eterno peregrinare in generale, mi sono imbattuta nuovamente in un autore che conoscevo e che ho sempre trovato eccentrico e geniale: Luca Bianchini.
Ho incontrato Luca ad un evento dedicato al suo libro precedente (Dimmi che credi al destino), ricordo che mi chiese cosa facevo nella vita e quando gli dissi che organizzavo eventi rimase sorpreso, quasi non ci credeva. Poi mi guardò per un attimo, mi osservò solo per pochi secondi e mi scrisse una dedica, che non scorderò mai perché molto particolare e sentita.
Dopo quell’incontro mi sono ripromessa di voler leggere altri scritti di Luca (famoso anche per il libro “Io che amo solo te”) così ho aspettato che pubblicasse un altro lavoro e ho trovato la sua ultima fatica, “Nessuno come noi” edito da Mondadori.

I protagonisti sono tre adolescenti, Cate, Spagna e Vince; un trio affiatato, diverso tra loro, ma con le stesse preoccupazioni e speranze. Il libro è ambientato a fine anni ottanta a Nichelino (nel torinese) cittadina di origine di Luca.
A questo trio un giorno si aggiunge Romeo, il ricco, il ragazzo "trandy", figlio di un noto professore universitario e di una classica borghese arricchita.
Ovviamente rompe gli equilibri del trio, nonostante quest’ultimo sia estremamente affiatato.
 Vince vorrebbe essere come Romeo, vestire alla moda come lui e abitare in collina nella grande casa del suo compagno di classe. Tuttavia è un ragazzo buono ed intelligente perciò riesce a vedere ciò che c’è di positivo nelle persone e  non entra mai in competizione con nessuno, inoltre è estremamente leale e sincero. Mi ci rivedo molto in questo personaggio, perché anche io sono sempre stata così nonostante la vita mi abbia spesso fatto ricredere.
Cate invece è la classica adolescente indecisa, piena di dubbi e che commette una miriade di errori  (soprattutto in campo sentimentale), ma per fortuna ci sono i suoi amici accanto a lei.
Spagna invece è la ragazza che si è schierata, la “dark lady”, si veste solo di nero e si pettina con una cresta stratosferica e fa la ribelle del gruppo, quella che non accetta il sistema.
Sono tre ragazzi così diversi eppure così uguali, con le stesse paure e le stesse fragilità e non sempre se ne rendono conto. Tutti loro ricercano l’amore e la felicità, ma si sa che per gli adolescenti niente e facile.

Questo libro mi ha riportato indietro nel tempo, quando non esistevano i social network, internet era una chimera irrangiungibile e per telefonare al ragazzo o alla ragazza della quale o del quale si era innamorti si doveva andare alla cabina telefonica e spendere 5.000 lire per comprare la tessera, oppure rompere il porcellino della paghetta per recuperare qualche spicciolo. Il telefono a casa era un lusso e le telefonate interurbane si pagavano profumatamente.
Era un mondo in cui i ragazzi per parlare si incontravano in piazzetta e prendevano il motorino o il pullman per andare a casa dell’altro a studiare o a fare finta di studiare.

Luca ha scritto un libro frizzante e nostalgico allo stesso tempo, dove i protagonisti vivono per la loro amicizia e parlano di lealtà e amore incondizionato. Si tradiscono e si riappacificano, si amano e si odiano e spesso non si rendono conto che sono proprio le loro differenze a farli rimanere uniti.
Ancora una volta l’autore ci fa entrare dentro al suo mondo, un luogo fatto di persone e sentimenti dove la vita è difficile, ma la speranza è l’ultima a morire. 
In “Io che amo solo te” ho apprezzato lo studio che Luca ha fatto, ha sottolineato sfumature di una terra meravigliosa come la Puglia. In “Nessuno come noi” ho apprezzato la genuinità dei personaggi e la loro testardaggine adolescenziale nel voler sperimentare a tutti i costi e nella ricerca del lieto fine.
Ammetto di aver provato un pochino di nostalgia con un pizzico di invidia per tre adolescenti che non si sono mai divisi davvero e che hanno fondato tutto il loro percorso sull’amicizia e sull’amore.

Insomma che dire ancora?

Un saluto “adolescenziale” a tutti!

La vostra blogger,

Giulia


mercoledì 29 marzo 2017

Amicizia, sport e... "La vita è un tiro da tre punti" di Marco Dolcinelli

Recensione “La vita è un tiro da tre punti”
di Marco Dolcinelli – Edito da Nativi Digitali Edizioni

A cura di Giulia De Nuccio

Penso spesso a quando ero piccola e sognavo di avere una compagnia di amici con cui condividere gioie, dolori e divertimenti, un mondo dove sentirmi qualcuno e avere un ruolo utile per una piccola comunità.

Tutto questo poi è successo solo in parte, ho avuto compagnie di amici ma mai di quelle che ci si porta dietro per anni. Credo di poter contare sulle dita le persone che sono state davvero sincere e forse solo una di queste è ancora in contatto con me dopo quasi vent’anni di conoscenza; magari perché abitiamo lontane o perché la maturità ci ha portate a vedere la vita in modo simile.

Tuttavia voglio davvero credere che l’amicizia, quella con la “A” maiuscola, esista ancora e che l’età e il tempo di conoscenza non contino poi così tanto, che valga solo l’onestà di questo bel sentimento.

Per fortuna un giorno, forse proprio grazie alla famosa ”filosofia orientale” che mi sta tanto a cuore, mi sono imbattuta in un libro di una casa editrice che ho scovato nel mio peregrenirare in rete ovvero Nativi digitali edizioni che ha pubblicato il libro “La vita è un tiro da tre punti” di Marco Dolcinelli.

Di questa casa editrice mi ha colpito la biografia, ovvero il coraggio che quattro anni fa ha spinto dei ragazzi a fondare una società buttandosi in un mercato difficile, un mercato che se affrontato con passione può portare davvero molte soddisfazioni. Così ho chiesto loro, presentandomi come blogger, dove potessi trovare una copia di questo libro. Sono stati così gentili da inviarmene una. Ovviamente ne sono stata molto onorata anche perché non avevo notato che il libro non era ancora uscito, spero quindi che questa recensione sia una sorta di “apri pista” o anteprima per chi ancora non lo ha letto.

La vita è un tiro da tre punti” è una storia semplice, diretta,  piena di passione per il basket, ma soprattutto di amicizia, quella che non passa e che resta nonostante il tempo e le incomprensioni. Tuttavia una parte predominante del libro è proprio dedicata ad uno degli sport, a mio parere più interessanti, ovvero il basket. I protagonisti maschi del libro si ritrovano ogni volta che possono presso il “campetto” della loro città. Questo luogo diventa un mondo dove le preoccupazioni, i litigi, i problemi con le ragazze, sono lontani e lì conta solo l’azione, giocare, divertirsi con un pizzico di competizione e spavalderia; in questo luogo non importa essere professionisti, è importante invece condividere momenti insieme. Ad ogni modo come in tutti i campetti la rivalità tra “faide cestistiche” purtroppo non manca mai. I nostri poveri ragazzi sono costretti perciò a fare i conti con “le bestie” (così li chiamano loro) ovvero promesse, a volte mancate, del basket professionistico. Inizia presto una gara per contendersi il prezioso campetto,  una competizione ad armi non proprio pari, ma pregna di passione e strategia per proteggere un luogo di amicizia e avventura.

Tutto questo ruota intorno anche alle vicende personali dei ragazzi fatte di amori traditi, a volte trovati ed il loro solito bar dove si riuniscono a parlare di basket e problemi di vita.

La scrittura di Marco è piacevole e ben curata, molto dettagliata nelle azioni cestistiche, si vede che il basket è davvero una sua passione e che probabilmente ha vissuto alcune situazioni descritte. E’ una storia frizzante e adatta soprattutto ad un target di ragazzi giovani, adolescenti che amano questo sport ma anche la scrittura e le storie in generale.

Molti di loro probabilmente si immedesimeranno nelle vite dei protagonisti che in fondo chiedono solo di essere felici e di divenire qualcuno nella vita.
Ci sono tante domande che vorrei fare all’autore, così mi sono permessa di chiedere alla casa editrice Naviti digitali edizioni di mettermi in contatto con l’autore e gentilmente loro hanno esaudito la mia richiesta.

Seguite la piccola intervista che sono riuscita a fare a Marco Dolcinelli autore del libro “La vita è un tiro da tre punti”, spero possa essere di vostro gradimento.

Domanda nr.1

Ciao Marco, innanzi tutto mi presento: sono Giulia blogger di Parole in scatola.
Il mio blog è nato circa due anni fa per passione, ma anche per professione. Cerco di dare sempre un taglio giornalistico ai miei articoli facendo però l’occhiolino ad una atmosfera familiare.
Il tuo libro è ”professionale” soprattutto quando parli di basket e molto familiare quando parli della vita dei ragazzi. Si sente la passione che hai per lo sport senza dimenticare il “giocatore”, ovvero la persona che vive quel gioco.
Com’è nata l’idea di questo libro? Qual era il messaggio che volevi comunicare tu scrittore?

L'idea del libro è nata, banalmente, giocando a basket con i miei amici. Vedevo che spesso oltre a noi c'erano anche ragazzi molto più bravi e competitivi di noi e questo contrasto mi ha colpito. Da lì ho iniziato a sviluppare l'idea di un racconto, di una rivalità e ho sviluppato le storie di tutti i ragazzi. Non c'è un messaggio preciso che volevo trasmettere, se non quello che si cresce sempre e ogni esperienza è utile, nello sport e nella vita. Mi interessava inoltre raccontare due mondi che conosco bene: quello degli appassionati di basket e quello della vita di provincia, spesso molto noiosa, nel Nord Italia (tutti i nomi sono inventati, ma in pratica ogni luogo descritto esiste sul serio e appartiene alla zona vicino Verona in cui sono cresciuto).  


Domanda nr. 2

Nel libro ci sono anche termini precisi come “solo cotone” che secondo i racconti del mio fidanzato (ha giocato a basket per molti anni e proprio sui campetti) è un’espressione che si usa solo se si ha giocato davvero sul cemento.
Presumo quindi tu abbia giocato a Basket come professionista o per passione, correggimi se sbaglio..

Solo per passione, in realtà. Sono sempre stato troppo scarso per ambire a qualcosa in più del dilettantismo. Ho giocato due anni in una squadra quando ero al liceo (ma ero ancorato alla panchina, in pratica) e poi tanto campetto con gli amici per divertimento. Ad ogni modo sono sempre stato un appassionato e, purtroppo o per fortuna, quando inizi ad amare il basket finisci quasi per parlare un'altra lingua. Ho cercato di tenere i tecnicismi e i termini particolari al minimo e spero che la lettura non sia ostica per nessuno. Ho avuto comunque la fortuna di lavorare nel basket, ma ovviamente non come giocatore. Sono stato per due anni nell'ufficio stampa della Scaligera Basket Verona, la squadra per cui faccio il tifo e che ho pure citato spesso nel libro. Diciamo che anche quel periodo mi ha ispirato molto.


Domanda nr. 3

Nel libro le ragazze non sempre fanno una bella figura, insomma sono un po’ gioie e dolori. Nella vita di un appassionato di sport, quanto conta avere accanto una persona che “sopporta” e “supporta” le partite domenicali e la passione per questo sport?

Avere al proprio fianco qualcuno che capisca, o quanto meno provi a capire, le tue passioni è fondamentale e questo vale per qualsiasi cosa e per entrambi i sessi. Per quanto riguarda lo sport, ammetto che con noi appassionati spesso ci vuole tanta pazienza perché tendiamo ad usarlo come riferimento per qualsiasi cosa, a volte a sproposito. L'importante, come sempre, è non esagerare e cercare un equilibrio. Poi dai, è vero che almeno due personaggi femminili non sono molto positivi, ma non è che quelli maschili facciano la figura dei geni!


Domanda nr. 4

Troveremo il seguito della storia con i protagonisti di “La vita è un tiro da tre punti”?

Ammetto di averci pensato, ma ora come ora è una storia conclusa. Ho concepito il libro come una serie di eventi straordinari e significativi e raccontare un "dopo" secondo me diluirebbe un po' tutto. Diciamo che dovrebbe venirmi proprio una bella idea per fare un seguito.


Domanda nr. 5

Qual è (o è stato) il tuo momento topico di vita, il tuo “tiro da tre” preferito?

Ho vissuto nove mesi in Serbia nel 2016 per un progetto SVE (Servizio di Volontariato Europeo) e questo è stato uno dei periodi migliori della mia vita. In senso metaforico è stato il mio "tiro da tre" preferito. Venivo da mesi un po' complicati e andarmene da casa, senza sapere cosa aspettarmi di preciso è stato un po' come quando provi una tripla sulla sirena in modo disperato. Mi è andata bene. Questa esperienza mi ha aiutato tantissimo a mettere in ordine un po' di cose. Anche riguardo a questo libro, visto che per la maggior parte è stato scritto proprio finché ero là. Tra l'altro in Serbia adorano il basket. Mi piace pensare che non sia una coincidenza.  

Che dire ancora? Un super grazie al simaptico Marco che si è prestato alla mia mini intervista.

Un saluto “sportivo” a tutti!

La vostra blogger,


Giulia